Poste di Mantova ( corrispondenza epistolare tra Isabella D'Este e suo marito Francesco Gonzaga, ovvero, la storia vera della morte di Francesco Gonzaga)
Francesco,
che io sia sollevata dal mondo se quel che arrivo a scrivervi non sarà a compenso di una morte, la vostra, deliziosamente necessaria. Non vi adombrate senza prima sentirne le ragioni.
Accadrà e nessuno potrà esimersi o mai attribuirne l’ origine.
Sì!
L’odio ha sempre segnato ciò che si ha di più caro, Medea me lo ha insegnato!
Pensieri funesti che neanche il peggiore dei Bestiari avrebbe potuto riportare, hanno coltivato in me l’ira.
Scivolaste nell’ammaliatrice di anime perverse.
Voi, Francesco, che in lei avevate custodito la speranza, ricordatevi che ella mai, mai, sarà la Vostra Marchesa!
Non ebbe tenebre la Madonna illegittima, luciferina a soddisfare, ma tali vi consegnò senza volere.
Vedete…la gogna non renderebbe onore e così non v’è altra scelta che il morire
Se Venere illuse gli occhi di Amore, Diana resistette mostrandosi vittoriosa.
Il dipinto, che ad ogni levar del giorno incontravate, nella cui grazia il sommo Perugino musicalmente orchestrava la turba lasciva di satiri e fauni, rimembra lo sdegno in cui mi avete condannata!
Pregai perché quei Francesi, che dalle fattezze rimasero incatenati, eliminassero l’ oblio sinuoso in cui eravate precipitato, ma le mie devozioni furono vane e Lucrezia giunse a Roma trionfale.
Solo uno Sforza poteva cedere all’ambiguità. Spinto alla disgrazia, un destino avverso muoveva i pensieri ed ella se ne compiaceva. Quando si volle annullare il matrimonio perché il consorte venne accusato di essere il mandante dell’assassinio del Duca di Gandia, i vostri occhi gioirono al miraggio di una nuova ninfa, incosciente di essere voi il nuovo pellegrino.
So che vi rammaricherà, ma non vi raggiungerà la procreatrice dell’infante impudico.
Un Este l’attende ed in quella Ferrara così distante non restituirà alcun riverbero .
A breve la corte di Mantova tornerà alla magnificenza nelle profezie di Virgilio grazie alla vostra dipartita.
Nuovi Gonzaga in sangue d’Este e Farnese elimineranno dalla memoria la dissolutezza, restituendo verginità.
Addio Francesco, conserverete il ricordo in quel purgatorio dove il Guelfo* vi destinò, ignaro della vostra esistenza eppur così premonitore.
Isabella.
*Guelfo: Dante Alighieri
§§§§
Diletta Isabella,
Qual veleno si insinua nella vostra bocca che cotante sillabe infernali partorisce?
Voi, figlia di un pensiero nobile, avete nell’animo mille alabarde a difenderne il sangue e sacche di fiele a colar dalla lingua!
Voi, siete e sarete per sempre Madonna del mio cuore. Che io sia punito dal Guelfo a voi tanto caro, se quel che vi dico è vasca battesimale della menzogna!
Voi volete che Thanatos divida ciò che Eros edificò!
Madonna Lucrezia non ebbe mai i miei servigi, se non quello di sottrarre alla morte un misero fratello. Mai il suo corpo fu acqua sorgiva alla mia siccità!
Voi che portaste la gentilezza ferrarese, l’arte e la bellezza. Voi che concedeste, a causa di un mio voto espresso in battaglia, di erigere la Chiesa della Madonna della Vittoria;Voi, che al sommo Mantegna commissionaste la grazia della corte; Voi, che avete incantato Mantova restituendo agli Este il decoro, strappando dal sangue la maledizione della vagabonderia; Voi, Isabella, che avete della regina la definizione, come potete dubitare che i miei occhi si illusero?
Non dimenticate le Vostre di ombre, quando, schivando le insidie dei francesi e di tutto il Ducato, Ludovico il Moro affondò il suo dardo.
I confini persero ragione, irrigando calunnie fin al Duca Valentino che non perse occasione dall’umiliarmi.
Ma Mai chinai lo sguardo!
Dunque, Vi chiedo, Marchesa di Mantova, lasciate che i satiri del Perugino imprigionino gli occhi malvagi delle ninfe mentre Artemide conserva nel vostro animo la purezza.
Sempre Vostro, Francesco
§§§§§
Francesco,
non v’è ragione alcuna per cui io debba tenere a briglia i miei pensieri e le mie profezie. Questa missiva vi giungerà quando la terra coprirà il vostro corpo e non avrà più il vostro affanno.
Sarà una tomba a custodirla.
Vedete, fu proprio quel padre che voi nominate ad inorgoglire la natura della sua stirpe e a rendere prezioso il suo giardino. Fiori nacquero in numerose varietà, pur in un innesto perpetuo, non privandosi mai del loro profumo che inebriò l’aria, prima di Mantova e poi più in là di Parma, impreziosendo il cielo e magnificandone i respiri.
In nome suo, ora, do parola che mai un’erba maligna avvelenerà l’odore o disturberà la purezza che tanto elogiate.
Ora sarete sereno, la morte è arrivata senza sorprendervi, lieta di sopraggiungere a compimento chiedendovi il consenso.
E che la vostra anima non si conceda pena, quel che la storia avrà nel ricordo del vostro nome, perverrà dalle vene macchiate del vostro vizio. Poche righe a chiudere un fremito infesto.
Tale sarà la causa che nelle pagine si narrerà.
Nessuno, tra i posteri, saprà mai quale sorte vi fu veramente ordinata!
Nessuno conoscerà il vostro epilogo.
Un giorno il mio nome si duplicherà, e la duchessa di Parma che nel puerperio del terzogenito subirà una triste sorte, per avere ereditato il sangue della lucifera, spingerà ancora una volta il mio nome verso i Farnese : la dinastia che nel disegno divino troverà un Papa condottiero, che suggellerà il coraggio di una stirpe fiera e audace distendendo il suo manto alla Spagna per non disperderne il pregio e che nella fierezza semplice della magnificenza conquisterà inevitabilmente storia e potere. Ma questo, Francesco, potrà solo accadere se vi sottrarrò alla memoria dei vostri discendenti.
Ecco, dunque, ciò che debitamente vi dovevo.
Null’altro vi è da dire, se non che gli eventi custodiranno all’ unisono il brusio del vostro volo.
Che la terra vi sia impervia.
Non più Vostra.
Isabella.
Ti amo. perché conti fino a nove insieme a me
e nel buio gli occhi si ancorano al sorriso
mentre nelle tasche nascondiamo tramonti
Ti amo. perché quello che siamo
continua a bisbigliarmi
perché le attese sono tombe di cemento
dove dormono dolori dal volto stremato.
Ti amo. perché non c’è gioco che abbia senso
senza la nostra confusione, senza il nostro essere
bambini senza tempo in un mondo dai colori mancati.
Hanno ragione se barando sui miei passi
tra il sollievo dell'erba e il sortilegio del sole
non son capace di correr d'un fiato verso la sera
ma mi disseto di nascosto in un piccolo attimo ordinato
Accoglimi se è troppo facile non rinnegarti
se son distratta e non sono di buona compagnia
Hanno ragione se non posso muovermi nell'aria
se amo un uomo fasciato di inquietudine
e se grazie al cielo son dietro la sua ombra
Perdona se vibro in ogni rigo e non so vederlo migliore
se le parole diluiscono suoni al ritmo di un tango
e scansano lo sforzo stupido della morte
Hanno ragione se guardando oltre il bicchiere
troveranno solo della comune bigiotteria
Nessuno è sincero ed il giorno è innocente
Portami via
[E scusa se coniugando la pioggia sorrido
se non importa di bagnarmi nel presente
se domani sarò qui a cercarti ancora
e ancora non domanderò permesso
dimenticando poi di chiudere la porta].
Si chiedeva perché si mancasse così tanto, non si amava particolarmente, anzi direi affatto, eppure aveva necessità di ritrovarsi. Ignacia era così. Aveva sempre sognato, ma i suoi sogni non trovavano mai dimensione nella realtà. Spesso nella sua vita quello che aveva visto non le era piaciuto. Piccoli giochi, di piccole menti, di cuori senza spazio e senza verità. Guardava fuori dal finestrino chiedendosi , ancora una volta, perché fosse lì, e perché stava andando. Le case, gli alberi, sfuggivano al suo sguardo troppo rapidamente..Neanche le immagini che le scorrevano davanti riusciva a trattenere. Tutto era troppo veloce. Si sentiva piccola, troppo piccola e nessuno ama essere ancor di più rimpicciolito, quando la propria vita è fatta di piccoli passi, da un centimetro all’altro della propria casa, da un millimetro all’altro del proprio respiro. Ignacia era questo e nonostante la sua consapevolezza non riusciva ad esser diversa, nessuno le aveva insegnato il contrario e così continuava a fuggirsi ed ad accogliersi in egual misura. Una contraddizione che creava il suo fragile equilibrio. Madre quando era ancora figlia, si trovava ora seduta in quello scompartimento che la conduceva a fermare il sogno, il suo ennesimo sogno dove la conclusione, non stabilita anticipatamente, avrebbe potuto assumere colori diversi. Più il treno l’avvicinava alla sua destinazione conosciuta più si convinceva che l’animo poteva non spezzarsi ma rammorbidirsi liberandosi da quelle catene che lei stessa con meticolosa cura aveva ben costruito. Le paure cominciarono a dissolversi come visioni sbiadite di una memoria che si allontanava mentre il piccolo Carlos richiedeva attenzione
*
Detestava quel mezzo, era triste, eppure doveva. Al secondo anno di Università, facoltà di Legge, Xavier, di famiglia agiata, viveva indispettito l’obbligo del padre, Avvocato di successo. Aveva ereditato il cammino e non poteva, proprio ora, quasi morente, deluderlo, anche se non celava l’insofferenza
Mordicchiava qualsiasi cosa gli capitasse tra i denti. Ed ora stringeva, rabbiosamente, un mozzicone di matita. Con lo sguardo sperò di fulminare il bambino che continuava a tirargli dei calci. Avrebbe voluto dargli una sberla o insultare la madre che lo ignorava volutamente. Li evitò, con la scusa di fumare una sigaretta quando, un signore rubicondo, un contadino locale, lo fermò con garbo chiedendogli di rispettare la sua asma. Il fastidio aumentò. Mancavano pochi minuti ma il senso di soffocamento diveniva insopportabile.
Si girò innervosito, contemplando il lurido finestrino, nella speranza di estraniarsi dagli aliti che la brezza mattutina non riusciva ad attutire, quando Marisol, una donna graziosa, in là con gli anni, lo riportò malamente a quella sala degli specchi, chiedendo un fazzoletto di carta.
*
Erano due ore che piangeva ininterrottamente. Gli ultimi esami di routine, le avevano prospettato un probabile cancro. Tutto era andato in frantumi nell’istante in cui aveva sentito la parola :probabile. Un’infanzia arida di affetto, un’adolescenza spazzata via brutalmente l’avevano condotta all’età adulta con fatica, ma era lì ed orgogliosa di esserci anche se ora piegata dall’imprevedibile. Averne la “probabilità” di una scadenza era orribile, ma il dubbio le creava un’ansia ancor più irragionevole, dove non riusciva a trovare stabilità. Organizzare la propria vita, la famiglia, in funzione di un “chissà” era più terribile della malattia stessa. A breve il responso di uno dei migliori primari della città avrebbe siglato la verità. Aveva indossato panni buffi, quasi fanciulleschi, che contrastavano con il suo corpo prorompente, quasi a custodirne la vita.Sorrise per un secondo nel guardarsi, leccandosi le lebbra salate.
*
La modernità, ed il treno ne faceva parte, non gli apparteneva. Esteban non sapeva cosa fosse la curiosità, cosa fosse la tecnologia, ma una volta l’anno le sue olive erano oggetto di analisi per l’acidità, e nonostante i suoi dissensi, era costretto a capitolare a quell’aggeggio infernale. Aveva olive in quantità notevole, tante da produrne un olio sano e ricercato, che necessitava di una certificazione opportuna.
Capostipite di una famiglia patriarcale, nel suo paese, a pochi chilometri dalla capitale, era ossequiato e considerato più del primo cittadino. Il cipiglio che celava l’intimità, intimidiva e teneva a debita distanza chiunque avesse osato, anche per gioco, deriderlo. Il suo essere di una generazione ormai scomparsa, anche se grossolana, gli attribuivano un fascino perduto. Era sempre presente, ed in attività, e questo aveva fatto nascere intorno a lui molte leggende, oltre che quella di procreatore indiscusso di numerosi figli, alcuni dei quali illegittimi.
Esteban che da trent’anni dormiva seduto, per non perdere la prima luce del mattino continuava a borbottare tra sé l’insofferenza per il maledetto serpente d’acciaio, che, anche se più veloce, quella mattina gli aveva vietato la seduzione di un anticipo di primavera.
*
Mariana… non ebbi il tempo…
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Ricardo, bello e giovane come un dio greco, ingozzò il panino di corsa. Era stato assunto da poco ed era risaputo che uno di provincia, in più svogliato, non era di certo ben visto.
Era il suo primo vero lavoro in una radio locale e dato che era assai smanioso di successo, non poteva permettersi cadute. Si precipitò nella sala, infilò la cuffia, sistemò il mixer, bilanciando suoni ed eliminando i rumori. Fece segno al fonico di essere pronto, schiarì la voce ed iniziò:
“Oggi, 11 marzo 2004, nella luce pallida, Madrid si è svegliata nel sangue...
Non so giocar con le rime
ecco perché
volgo in versi l’abbandono.
Perché il sorriso
sia degno della sua rinuncia
ed intrappoli la mia menzogna
Perché lo specchio nero
degli occhi di mio padre
graffi la speranza
nella improbabile attesa
di un futuro restituito.
Mi dimetto.
Ho compiuto
quel che è stato implorato.
Lentamente, con ritmo preciso, muovevo l’ultimo filo d’aria agostana.
Di pizzo macramè, in tinte tenui, con la Beata Maria Vergine in un celestino delizioso. Meraviglioso! Un regalo di Ofelia dal suo ultimo viaggio a Venezia. Avevo atteso quella domenica per sfoggiarlo. Beh, non avrebbe sfigurato come il precedente, con sempre meno stecche e bucherellato ovunque. In un essenziale ondeggiamento, delicato così che il fruscio non solleticasse fastidiosi rumori, scrutavo e esibivo l’omaggio. L’occasione era perfetta. Si sposava Emma , la figlia di Virginia.
Ne reminiscáris, Dómine, delícta nostra, vel paréntum nostrórum, neque vindíctam sumas de peccátis nostris.
Vias tuas, Dómine, demónstra mihi: et sémitas tuas édoce me.
Glória Patri…
Virginia, quella a destra, in terza fila vicino a Giovanni. Forse sono ancora amanti, chissà. No, forse no. Giovanni è stato visto più volte uscire dalla casa della straniera. Sì, la straniera, l’inquilina della pensione Celìa . Bella donna, ben vestita, fattezze invidiabili, tanto cara che sistemò mio nipote . Curioso però, Virginia sventola anche lui. Li ha sempre grandi, Come cosa? I ventagli... così i suoi vicini possono goderne e lei approfittare. Puttana, ma è risaputo. Solo gratuitamente, ha una pelle che le si imbrodola.
Credo in unum Deum
Patrem omnipoténtem, factórem coeli et terrae, visibílium ómnium, et invisibílium.
In prima fila, all’estremità vicino all’organo c’è Eole. Un nome strano, è vero, ma il padre, buonanima, era ossessionato dalla morte e per esorcizzarla sosteneva che una volta in cielo, i figli, come astri , l’avrebbero protetto. Tutte femmine nacquero, ma non rinunciò e così arrivarono: Saturnina, Giovina, Venere, Eole..etc
Eole, è la quarta. Bruttina, povera figlia e il padre anche dall’inferno la tortura. L’anno scorso Enza le regalò un ventaglio rosso e prima di morire le disse : Scaccia le ombre! Ancora lo ha, ma sempre brutta resta. La fattura è buona, si sa, ma lei, meticolosa, precisa, lo muove poco per non danneggiarlo. Lavora alla “Bianchi”, quelli delle biciclettem sì. Tutti uomini..ma niente..
Credo in unum Deum
Patrem omnipoténtem, factórem coeli et terrae, visibílium ómnium, et invisibílium.
La sagoma in controluce vicino al sagrato è Assunta. Ma figurati! Non è timida, è solo in penombra, hal bacchette di legno esalanti sandalo, che le coprono il volto,così cela i danni delle violenze del marito. Un po’ di ragione la ha anche lui, veste come una baldracca
Pater noster, qui es in coélis:
Sanctificétur nomen tuum:
Advéniat regnum tuum:
Fiat volúntas tua, sicut in coelo et in terra.
Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie:
Et dimítte nobis débita nostra…
Un tonfo dal fondo conferma la presenza della signora Piacenza, che per inginocchiarsi è scivolata di nuovo.
La lasciano sempre sola. Ci vede anche poco. l’accompagnano vicino al secondo confessionale. Lì un po’ d’aria circola, sarebbe meglio un ospizio, ma costano, se morisse tutto si semplificherebbe.Ma si sa : Il Signore è uguale per tutti!
Fiorenzo ha già troppi guai con quel figlio malandato e quella troia della moglie. Troia, certo, mai che venisse ad una funzione e quelle rare volte che è presente, il suo muovere l’aria è così sbruffone da far capire che lei…lo ha!
Pia continua a sventolare nervosamente, accelera con un’isteria insopportabile. E’ da capire, il marito l’ha mollata per la figlia di Antonietta. C’è anche lei, non me ne ero accorta e…. non sventola. Già, dice che la pelle lucida le dona un po’ di giovinezza. E quanta gliene potrà doffrire?
Per omnia saécula saeculórum.
Amen.
Oddio Osvaldo! Pover’uomo. Vedovo da tempo , ma non abbastanza, è lì che agita il fazzoletto sui solchi della vecchiaia. Ma che fa? Si siede? Ha il bastone potrebbe sorreggersi lì!
Concetta mi tira per un braccio, chiude il ventaglio stizzita. Ho capito. E' entrata Maria, la sorella. Dalla vendita della terra non si sono più parlate. La divisione dissero fosse equa , eppure lei fa la gran signora e Concetta va ad ore dal Sacrestano. Maria ha un ventaglio nero, dipinto a mano, in ricami dorati che rievocano le gesta gloriose di putti innamorati, presente della moglie del Sindaco, blasfema anche lei, mentre Concetta ne ha uno comprato uno solo, in plastica, alla bancarella...
Virginia sorride, si intuisce che sta commentando l’abito bianco di trine di Emma. E’ incinta e la confonde bene. Il drappeggio ai lati distrae le rotondità fertili e non. Il novello sposo è un povero disgraziato. Figlio illegittimo di Assunta. No , non quella Assunta picchiata a ragion veduta dal marito, con ventaglio cinese. L’altra Assunta, la figlia del maresciallo, il suo è spagnolo e di pizzo pregiato. Lei, sì. La bella decaduta.
Ecco! C’era da immaginarselo che arrivasse alla comunione per prima. Il velo appiccicato al collo a dimostrare la devozione assoluta, falsa come la seta che riveste il suo farsi vento. Adriana, la mia dirimpettaia, si volta e mi fa cenno con il capo. Ipocrita! Ricambio..
Si alza prima di me, mangia prima di me, dorme prima di me..tutto prima di me! I
l caldo aumenta…
Corpus tuum, Dómine, quod súmpsi, et Sánguis quem potávi, adhaéreat viscéribus meis: et praesta; ut in ………….
Concetta mi indica con il manico, che di fianco l’altare della Cappella di Sant’Ignazio, il figlio di Virginia amoreggia furtivamente con Iole, la nipote del Sacrestano. Il palpeggiamento affatto segreto manifesta atteggiamenti immorali! Aumento il mio sventolare e con me Concetta, Assunta ghigna con soddisfazione, Beatrice, che si è aggiunta a noi la ammonisce invitandola a muovere vento e in fretta e dopo Eole, Ofelia e Osvaldo che per compiacermi ha rubato il pizzo spagnolo, certo, ... Un crepitio di asticelle di faggio, bambù, ciliegio, sollevano piccoli vortici . Salmi, vangeli,posti sugli inginocchiatoi, svolazzano su per la volta della navata, l’odore di incenso sale, i ceri ondeggiano seguendo il ritmo di cento ventagli, resistono saldi e puri!
Ite, missa est.
Bianca guarda i confetti sul vassoio. Sono dieci. Dieci come le dita della sue mani. Dieci come gli anni che è qui. Qui: Orfanotrofio Comunale - Istituto Visconti
Pastiglie lattescenti che vede moltiplicarsi ed ingrandirsi per l'effetto rigonfio del piatto. Ne vorrebbe mangiare uno, ma così spezzerebbe quell'armonia, quella rifrazione magica che calamita il respiro. Sono passati solo pochi minuti, forse proprio dieci, e deve andare di nuovo. Non può rimandare. Lascia i confetti come si lascia un bimbo in fasce che dorme, in un sorriso accennato che accompagna l'uscita.
Il bagno è verde, piastrelle piccole e quadrate. Tutte uguali con una linea blu a perimetrare il confine con il muro.
Apre il rubinetto dell'acqua fredda. Sì, perché il freddo sospende i pensieri e garantisce un immediato, brutale, senso di pace.
Prende del sapone e comincia a strofinare il pollice con meticolosità e pazienza. Qualche minuto e poi l'indice, poi il medio, poi l'anulare, il mignolo e tutto il dorso. Guarda la mano e non si sente pienamente soddisfatta. Un'ombra attraversa il palmo, eppure la frizione è stata energica. Non può ignorarlo, non se lo perdonerebbe. Decide di iniziare tutto da capo. Il pollice, l'indice ... e così via.
Laura comincia a bussare alla porta.
- Hai finito?
Bianca non risponde, non è tenuta a dare spiegazioni. Vi sono altri bagni, e quella ragazza grassa, stupida e volgare può andare altrove. Ha quasi completato una mano, ma le manca l'altra e non può permettersi di sbagliare.
Laura, con il suo corpo possente, comincia a picchiettare alla porta insistentemente quando Chiara alle spalle la sorprende.
- Lasciala stare, vai al secondo piano, sicuramente li trovi liberi.
Sbuffando, Laura, sparisce dietro il corridoio, lasciando Chiara davanti alla porta. E' quasi ora di cena e Bianca non ha ancora terminato. Non vuole disturbare l'amica ma non può neanche permettere che la rimproverino.
- Bianca, è ora...
Il tono di Chiara è sommesso, quasi inafferrabile. Questa sera le verrà dimezzato il pasto, ma non importa. Se mangi poco, svieni sotto i colpi violenti del Custode e l'odore di sperma non potrà raggiungerti
Bianca esce dopo dieci minuti, guarda le mani. Sì, sono proprio come i confetti.
Sono andate via, ora posso entrare io.